Dubby Press

 

Recensioni Live

Sherwood

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Recensioni “Sorry, no dub!” - 2012

 

Rockol

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A discapito del nome scelto, i Dubby Dub non suonano drum & bass e affini. La band, nata dalle ceneri degli H-Strychnine per volere di Andrea e Mauro Pulga, propone sonorità vintage rock, lontane dall'hardcore suonato nella formazione precedente. E' uscito di recente il nuovo album dei Dubby Dub, intitolato "Sorry, no dub!", composto da undici tracce. Il disco arriva ad un anno da "Rock 'n' roll head", lavoro di debutto. "Uno stoner rock incalzante, 'tentacolare', sporcato da chiazze del grunge più ruvido degli anni '90. Tutti noi ascoltiamo veramente tanta musica: Enrico il nostro batterista, che scrive i testi, ha una collezione di qualche migliaio di dischi, casa sua sembra un negozio di dischi, di quelli molto bene riforniti e io non riesco a far passare un mese senza aver ascoltato almeno 20 dischi nuovi, è una mania. Se dovessimo indicare delle influenze su questo album direi Fugazi, Husker Du (ecco da dove vengono le 2 u puntate dei nome) Queens Of The Stone Age, Dinosaur Jr e Hives, tanto per dirne alcuni. Abbiamo impiegato quasi un anno di prove per scrivere i brani. La nostra sala prove è in un'ex scuola elementare, la scuola che frequentava Andrea, praticamente suoniamo in quella che era la sua classe, dove ha imparato a scrivere", racconta Mauro Pulga chitarrista del gruppo di Ferrara.

 

 

Indie for bunnies

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Quando li intervistai prima di un concerto circa otto mesi fa, non potei esimermi dal chiedere se con un nome così non avrebbero rischiato di illudere chi li sentiva la prima volta e naturalmente si attendeva una sorta di Massive Attack ferraresi.
Evidentemente non era la prima volta che ponevano loro questa domanda o hanno voluto darmi soddisfazione, fatto sta che i Dubby Dub hanno deciso di rendere chiaro fin dal titolo del loro nuovo lavoro che il dub per loro non è proprio di casa.
Tre chitarre ed una batteria sono sufficienti a far capire fin dalla prima traccia che il rock sarà il filo conduttore dell’intero cd, che a differenza del precedente dimostra maggiore coesione e maturità e beneficia  della registrazione in presa diretta(a parte le voci) per rendere anche su supporto la scarica di energia ed adrenalina che la compagine romagnola sa offrire sul palco.
La voce sofferta di Andrea Pulga guida attraverso un lavoro che  affonda sicuramente le radici negli anni novanta, ma che sa mischiare con abilità generi ed etichette, in modo da non cadere mai nella banalità o nel cliché.
Dai The International Noise  Conspiracy fino ai Queens of The Stone Age, passando attraverso i Dinosaur Jr.
Una cavalcata di undici brani di rock sanguigno e viscerale, che sia diretto come la traccia d’apertura ‘Love Kills’, che abbia echi  garage e riff alla Melvins ( ‘Space Control’) o che strizzi l’occhio a The Hivescome in ‘Flipper’ la parola noia non è certamente contemplata.
Se cercate il dub avete sbagliato recensione, ma date comunque una chance ai Dubby Dub…sapranno stupirvi.

 

 

Jummag
http://lnx.jummag.com/
di: Filippo Moretti

Nella languida e timida Ferrara, dove fin dalle prime ore del crepuscolo la nebbia sottrae alla vista le architetture rinascimentali, testimoni di un passato glorioso, tutto sembra fermo. Il clima stantìo di una piccola città di provincia pare imperversare senza lasciare accesso a nessuno spiraglio di vita. Ebbene sono diverse le band che hanno cercato e cercano di scuotere la cittadina emiliana fino a diventare vere e proprie pietre miliari della scena undergound italiana: tuttavia tra gli storici “Impact”, gruppo punk degli anni ’80 e il contemporaneo cantautorato decadente delle “Luci Della Centrale Elettrica” ci siamo lasciati sfuggire qualcosa.
Oltre ai primi due esempi, già musicalmente distanti tra loro, c’è infatti un terzo e scalpitante gruppo che ha intrapreso già da tempo la convulsiva via dello stoner. Sono i Dubby Dub, palesatisi nel 2002 con l’album autoprodotto “Rock’n Roll Head”, un progetto dei due fratelli Mauro e Andrea Pulga che sa coniugare il rumorismo del noise con lo stoner pestato e compatto dei Queens Of The Stone age. Il cantato è esasperato, non dà tregua e oscilla dallo stile dissacrante di un Cobain a quello più spudoratamente rock and roll di un Dave Grohl. Particolarità del gruppo è l’assenza del basso e la capacità delle due chitarre di intrecciarsi perfettamente nel creare una pressione costante e nevrotica. Incalzante e senza remore, “Sorry, no dub!” è un album concepito in modo impeccabile che impietrisce l’ascoltatore.
I fratelli Pulga in precedenza avevano dato vita ad un altro fortunato progetto hardcore-nu metal con gli H-Strychnine. Si parla della fine degli anni ’90, quando erano compagni di merende dei primi Linea 77, che uscivano all’epoca con “Too Much Happiness Makes Kids Paranoid”. Nel 2005 Andrea decide di tornare a far parte del progetto mentre Mauro, assieme ad Enrico Negri, dà vita agli “Sport Club”, musicalmente più vicini all’indie dei Notwist. Dunque non si parlerà dei Dubby Dub fino al 2009, quando Flavio Tomei convince i tre a riprendere il progetto e ad aggiungerlo come terza chitarra. Nel 2011 “Rock and Roll Head” verrà finalmente stampato sotto l’etichetta Alkarecords mentre il nuovo album è già pronto e dal 27 marzo di quest’anno sarà disponibile su cd e download digitale su ITunes.
Merito d Flavio Tomei quindi, se non è andata persa una formazione vincente di musicisti capaci e brillanti che ci appena regalato un album di probabile risposta a tutti quelli che credevano suonassero dub. Si tratta di undici pezzi puliti e veloci in cui nessuna delle tre chitarre prevale sulle altre, ma al contrario si amalgamano con sapienza sostenendo una verve energica e magnificamente martellante, spesso intervallandosi con giochi stilistici marcati International Noise Conspiracy. In confronto a quello precedente, “Sorry, No Dub!” si presenta più virtuoso senza perdere la giusta carica rock: la partenza di “Love Kills” è secca, la voce e la chitarra distorta introducono una cavalcata stoner che continua con “Pleasure”. In “Settle Down” i giri di chitarra assumono toni più rocker ricordando gli scattosi contrattempi degli Hives, così come come “Space Control” riprende il garage degli International Noise Conspiracy. Si ha un piccolo rest con “Possibility”, pezzo semi acustico e romanticheggiante, che sembra più un’autocitazione da parte di Mauro Pulga e del batterista Enrico Negri al progetto degli Sport Club.
Si parla di artisti ormai rodati da diversi progetti musicali, che sanno quello che fanno; ora sta al Paesello del melodramma prendere in considerazione questo genere musicale folgorante, di qui quasi (ahinoi) si ignora l’esistenza.
Buon Ascolto.

 

 

Roxxzone
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Nati dalle ceneri degli H-Strychnine, e con già un full-length alle spalle intitolato Rock’n’Roll Head, i ferraresi Dübby Düb a dispetto del nome (da qui il titolo Sorry, No Dub!) suonano dello sporco e selvaggio rock and roll, trait d'union fra stoner rock e certo grunge d'annata (The HivesThe International Noise ConspiracyQueen Of The Stone Age e Dinosaur Jr. le influenze principali), con qualche strizzatina d'occhio alla scena rnr scandinava di metà anni '90. Strani e particolari nelle scelte stilistiche (si presentano con tre chitarre ma non hanno un bassista e il disco è stato registrato in presa diretta, metodo ormai discutibile, quantomeno demodé), hanno senz'altro qualcosa da dire in termini di songwriritng, che appare ispirato e non concede neanche una nota alle tendenze musicali più recenti. Pezzi diretti e melodici ma dalla base solida e robusta, che si attestano su livelli qualitativi medio alti, con la schizoide opener “Love Kills”, la più catchy e frizzante “My Heaven Is Far” e la sbarazzina “Flipper” sugli scudi, caratterizzano un lavoro ben calibrato e decisamente accattivante che non annoia nemmeno dopo svariati passaggi nello stereo. Divertenti nella loro semplicità, i Dübby Düb con questo album danno l'idea di essere una di quelle band da vedere assolutamente dal vivo.

Stefano Gottardi

 

 

Rock rebel magazine
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Non ci si lasci trarre in inganno dal nome artistico dei ferraresi DÜBBY DÜB, ciò che ascoltiamo comprando il disco è un totale di undici canzoni senza pecca al sapore di stoner rock bello tosto, unito al grunge anni ’90, ma quello più corposo e grezzo però. Appellativo strano per una band che di dub non ne vuole sapere - come del resto lo si evince dal titolo - e che “ruba” i puntini sulle U a quei mostri sacri nonché sperimentatori musicali che si chiamavano Hüsker Dü, maestri del’hardcore punk e dell’alternative rock dai risvolti pop d’oltreoceano negli anni ’80. Tre chitarre, batteria, ukulele, xilofono, glockenspiel, voce sporca e niente basso per fare scaturire un’effervescenza sonora di rock bello, che lascia soddisfatti, che vince, convince e che attesta per una volta che l’originalità esiste ancora. Ecco così nato SORRY, NO DUB!, secondo lavoro dopo l’esplosivo “Rock’n’roll head” dell’anno precedente; registrato in presa diretta per dare un’aria vintage alla totalità sonora, lascia prevalere la coesione del gruppo su tutto e la bella vitalità sprigionata diventa persino contagiosa.

Con la loro militanza in band diverse e con anni di gavetta su e giù dal palco, i nostri quattro riversano la loro energia in un prodotto che merita senz’altro un riscontro positivo ed è il lasciapassare per un futuro sicuramente on the rock. Line-up: Andrea Pulga_voce e chitarra; Mauro Pulga_chitarra e voce; Enrico Negri_batteria e voce; Flavio Tomei_chitarra e voce.

Margherita Simonetti

 

 

Spazio Rock
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Dalla provincia di Ferrara nascono i Dubby Dub, progetto dei fratelli Andrea e Mauro Pulga, entrambi chitarristi. Fin dall'inizio una cosa è certa: i Nostri non hanno intenzione di usare il basso. Nella maniera più assoluta. Al duo si aggiungono infatti una terza chitarra e batteria, e la formazione a quattro è pronta. Ma cos'è che rende particolari i Dubby Dub? Sicuramente il sound, puramente indie rock con netti sconfinamenti nel noise e nel garage, e come già detto l'insolita scelta di non utilizzare il basso, strumento quasi sacro per qualunque band dedita ad una qualsiasi sotto-categoria di rock. Può sembrare una scelta azzardata, una decisione presa arbitrariamente; a priori potremmo pensare che “Sorry, No Dub!” manchi di una sezione ritmica apprezzabile, e invece no. È chiaro fin da “Love Kills”, esplosiva opener dell'album, che, per quanto particolare e non condivisibile, la scelta di depennare completamente le quattro corde è una scelta vincente. Il sound della band guadagna in riconoscibilità e la sua qualità tutta particolare entra di diritto nella lista di scelte stilistiche tanto assurde quanto impareggiabili dal punto di vista musicale.
Nella totale libertà personale di scrivere e comporre canzoni come pare a loro, i Dubby Dub scelgono di far lievitare bene il composto di cui è fatta la band, mettendola in pausa per qualche anno per dedicarsi ad altri progetti e ritornando a lavorarci sopra soltanto nel 2010, quando i Nostri registrano il precedente disco. Non passa un anno dall'uscita che il quartetto è già al lavoro su “Sorry, No Dub!”, un full-length che risulta più maturo e complesso rispetto al debut “Rock 'N' Roll Head”. Con un totale di undici brani per circa quaranta minuti di musica, la proposta dei ferraresi convince sia per la particolarità del sound sia per la sua coerenza. Avanzando a suon di rock duro e puro, l'album scorre che è una bellezza, guidato dalle ritmiche solide e dalla voce volutamente sguaiata del cantante, con una performance degna di destare un bel po' di attenzione negli anni a venire.
In sostanza, il quartetto emiliano tira fuori un disco solido e compatto, capace di stupire in maniera positiva l'ascoltatore e, cosa rara di questi tempi, accattivante. Certo è che, se vi fate ingannare dal “dub” nel nome della band e nel titolo dell'album e accorrete alla ricerca della dubstep, rischiate di rimanere molto delusi.

 

 

Rockemall

http://www.rockemall.it

Stanotte ho messo da parte le grandi rock band del passato per ascoltare invece il nuovo album di una rock band emergente "Sorry, no dub" dei Dubby Dub (sì, è una specie di scioglilingua letto così). Devo dire che il disco mi ha colpito in vari modi. Il primo, e forse più scioccante per me, è l'assenza nella band (e di conseguenza nel disco) di un bassista, della quale, tra parentesi, il gruppo va talmente fiero da ribadirla a caratteri cubitali in ogni album. Purtroppo, nonostante la sovrabbondanza di entusiasmo a riguardo (e di chitarre), questo non è bastato a conferire ai brani quella profondità e quella capacità di penetrare nel profondo dell'animo che ahimé un basso avrebbe potuto offrire. Archiviando , prima che il mio animo da bassista (imparziale!) si ribelli, il caso "bass guitar", in quasi tutti i brani permane intatta una stessa melodia e soprattutto uno stesso sound di fondo, che rischiano alla lunga di annoiare l'ascoltatore. Per fortuna, a spezzare la monotonia, una canzone spicca per inaspettata originalità, e questa canzone è Possibility, che vede anche l'utilizzo di un ukelele e mostra le finora castigate possibilità, è il caso di dire, vocali della band. Dico "castigate" perché nel resto dell'album vengono mantenute sempre le stesse "impostazioni vocali", che consistono in un constante seppur non eccessivo scream, pronunce riadattate forse a creare un'atmosfera più anticonformista (vedi "plesjià" in Pleasure) e colpi di tosse come ending, anche questi al limite dell'anticonformismo (!) (Flipper). Altro brano apprezzabile è Space Control al quale il clapping aggiunge un pò di brio, la voce rientra nella "comfort zone" e la batteria conclude in modo più coinvolgente il brano. Unica nota storta della canzone: la debolezza e la scontatezza del ritornello, ma possiamo anche passarci sopra, suvvia.
La band ferrarese saprà sicuramente che "it's a long way to the top if you wanna rock'n'roll", e forse riusciranno ad arrivare fino in fondo, chissà....... magari con un nuovo bassista? ;D

Scritto da Federica Brizzi  

 

 

iThinkMagazine

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Dubby Dub nascono in provincia di Ferrara nel 2001. Dopo un lungo periodo molto operoso dal punto di vista live, sospendono per qualche anno la loro attività. Tornati sulle scene musicali nel 2009, lo scorso anno, nel marzo del 2011, esce il loro primo disco dal titolo Rock’n’roll Head. Carichi per questo ritorno, non aspettano molto dopo l’uscita di questo primo lavoro per pubblicarne subito un altro. Nel marzo 2012, infatti, è uscito Sorry, No Dub! con la collaborazione delle etichette Alka Record Label Ammonia Records.
I Dubby Dub sono Andrea Pulga (voce, chitarra), Mauro Pulga (chitarra, voce),Flavio Tomei (chitarra, voce), Enrico Negri(batteria, voce).
Sorry, No Dub! è un buon lavoro rock, cantato rigorosamente in inglese e nel quale tantissima attenzione viene data alla parte strumentale, mai ripetitiva brano dopo brano e “scorrevole”, ed alla ritmica, fondamentale soprattutto per questo tipo di genere. I testi sono quasi tutti caratterizzati da ritornelli facili da ricordare, da interessanti intro di chitarra e batteria. Molto belle sono le doppie voci. Attenzione meritano anche i testi che spaziano tra gli argomenti più vari che possono essere molto impegnati ma a tratti anche spensierati.
I musicisti fanno subito capire come la pensano sull’amore dato che l’album si apre con il brano Love Kills(L’amore uccide)Bella la distorsione iniziale di chitarra del brano Space Control. Allegra ed interessante è l’intro di Possibility, allegria che poi non c’è nel testo, che è una preghiera nella quale gli artisti chiedono almeno una possibilità di avere un futuro in questo tempo. Subito dopo un pezzo che possiamo definire divertente come Flipper e poi si diventa nuovamente seri.
Tutti i brani vanno comunque ascoltati nella loro completezza e piacevolmente scoperti traccia dopo traccia. 

 

 

Indie-eye

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Le parole contano, nella prima impressione, più di un qualsiasi passaggio alla radio, e se ti chiami Dubby Dub, considerando la poca fantasia degli emuli di King Perry nell’intitolare le proprie composizioni ed i propri gruppi, c’è la possibilità di compromettere una serata o, al contrario, di scoprire una piacevole sorpresa. Sorry, No Dub è il secondo disco che sancisce la “fine degli scherzi”. Niente basso (rivendicato poderosamente come i Rage Against The Machine facevano per i synth), tre chitarre, batteria che pesta e voce alla Billy Corgan. Un calcio nei reni, insomma. Dopo le stilettate di 20 colpi al secondo del precedente Rocknroll Head, i Dubby Dub guidati dai fratelli Pulga si assestano su velocità sostenibili, suonando contemporaneamente stoner, punk rock, metal (se immaginate un’altra base ritmica in Space Control), indie pop rock (gli accordi scanzonati di Possibility potrebbero essere suonati da Luke Pritchard dei Kooks, e Flipper dai coetanei Arctic Monkeys, nonostante la citazione Clashiana), fm rock in stile Virgin Radio (Whatever), hard rock da Motorhead. Nonostante questa amalgama di influenze, le strutture ritmiche e melodiche sono molto ripetitive. La presenza del basso avrebbe potuto portare qualche aggiunta significativa? No, con questi volumi hanno fatto proprio bene a cassare il quattro corde. Il disco scorre veloce, da più di due ascolti in poi può annoiare. Ultima nota negativa: la pronunciation lascia dubbi su parole simili all’italiano o presenti anche nel nostro vocabolario. Possibility Flipper stonano appunto, ma sono pignolerie che i rockettari non cureranno.

 

 

 

 

 

Recensioni Rock’n’roll head - 2011

Rumore
Interessante debutto dei ferraresi Dubby Dub… La strana formazione a quattro (tre chitarre e una batteria) ha un background noise e hardcore, e si sente: riff aspri, voce volutamente monocorde, qualche rimando “colto” a Television e Dura Delinquent. Bel disco.

 

 

Rockit

http://www.rockit.it
No bass was played on this record”: questa è la scritta che campeggia all’interno di “Rock n roll head”, primo lavoro della band ferrarese dei Dubby Dub. Una decisione chiara, programmatica. Batteria e tre chitarre reggono l’intera impalcatura musicale sulla quale è impostato il disco: è infatti il profilo lo-fi di questa autoproduzione - nel senso positivo e vinilico del termine - a tenere le fila del discorso. Il suono è in stile stoner e racchiude sia momenti di lucida follia alla Hives che omaggi rivisitati allo stile di Dinosaur Jr.
Schitarrate sporche e ruvidità persistente intrise di appeal garage, soprattutto nella prima parte (“Do it or let me go” e “Sorrysmile”); tuttavia si perde un po’ la compattezza sul finale, che risulta meno convinto rispetto ai brani introduttivi. Ad esempio “Won’t you save yourself?”, “The hand” e “It’s so easy” forzano la mano ripetendo cose già dette.
Il consiglio sincero, per proseguire verso il non scontato obiettivo del secondo album, è focalizzare il pensiero, arrabbiarsi di più e disperdersi meno.

 

 

Saltinaria

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Ascoltare “Rock’n’roll Head” è come andare in auto a 180 km/h e sentirsi a proprio agio, senza mai scomporsi o impigrirsi! “Rock’n’roll Head” nei suoi poco più di 30 minuti diventa, man mano che scivola nel lettore,un motore irrefrenabile, spinto ad alta velocità Rock, non curante degli ostacoli e degli stilemi che incontra per l’infuriata strada.
Grunge, Punk, Garage, Hardcore, Stoner, la via appare semplice e modaiola di formule già scritte sul sentiero che va a Seattle e poi a ritroso verso il ‘77, o, quantomeno segnata dagl’inossidabili Husker Du, Dead Kennedy, ed in seguito il segnale di un’evoluzione per una generazione, all’ombra dei Nirvana e Pearl Jam.
Le novità aa<pprocciate nel lavoro dei Dubby Dub sono, non solo nella riuscita miscela di cui sopra, ma nel suo libero affacciarsi nei territori dei Queen Of The Stone Age e dei nostrani Il Teatro Degli Orrori.
Un album con tutti gli attributi al posto giusto, un lavoro abile e godibile… sopra il 7 per tutto, tranne che per il nome! “Rock’n’roll Head” è un salvifico, un toccasana per delle giornate noiose e prive di significato.
L’unica incognita di questo gruppo per ora è il nome, che cozza con tutto il resto!

 

 

The webzine

http://thewebzine.wordpress.com
Poooooooooooooooowerful.
Rock’n'roll Head è una piccola perla di noise, fuso con le impennate garage e post-hardcore di certe band nordiche, americane e del nostro territorio peninsulare (anche recenti), che arriva come un’accetta d’acciaio sulla nostra testa proprio quando sembrava che il genere stesse morendo. Prolifici come non mai, sfornano dodici fucilate, furiose, devastanti, al fulmicotone: perdersi nelle loro mitragliate di chitarra (“il mio mitra è un contrabbasso”, stavolta, non presenta nessuna figura retorica), nelle lente tirate che si concludono sempre con impennate noise che stridono, scuotono l’udito, si schiantano contro una batteria abbastanza ingenua ma sempre al passo con il livello degli altri del gruppo. Per la cronaca, un livello alto. I Love in Elevator molto più bravi a suonare, molto più resistenti nel tenere brani di uno certo spessore (e anche loro nell’ultimo disco sono stati ottimi, ma qui non si scherza).
“The Head”, “Sorrysmile”, “In-Coming Disaster” e “The Hand”, sostanzialmente, compongono il quartetto essenziale per definire il sound della band: potente, caldo, post-nirvaniano (soprattutto nel primo dei quattro episodi citati), impegnato ad essere strafottente con tutto e tutti. Le strutture dei brani non sono mai particolarmente complesse, se comparate alla media del genere, ma dimostrano una capacità di songwriting che riesce contemporaneamente ad essere efficace e letale. Dinosaur Jr. e Queens of The Stone Age su tutti quelli che apprezzerebbero l’ascolto di Rock’n'roll Head.
Un enorme lassativo che ci permette di cagare fuori la nostra rabbia. Si sa, tutti ne abbiamo tanta. GRAN DISCO.

 

 

Occhi aperti

http://www.occhiaperti.net
La prima volta che ho ascoltato Rock 'n' roll head dei ferraresi Dubby Dub mi sono ritrovato paralizzato in macchina, davanti a casa, travolto dalla violenza di 11 schiaffoni anni novanta ben piazzati tra capo e collo, di quelli che "prenderli è un attimo" ma che poi lasciano sulla pelle un indelebile segno nei secoli e nei secoli, amen.
Nessun basso – come assicura la band nell’interno della custodia – è stato maltrattato per la realizzazione di questo disco (no bass was played on this record), ma ben tre chitarre e altrettante voci sono state utilizzate per compensare ogni mancanza, in un tripudio di accordoni grunge e sonorità stoner infarcite da accattivanti armonizzazioni vocali, chiamate ad accompagnare una rabbiosa voce principale.
I fratelli Mauro e Andrea Pulga, ex voce e basso degli H-Strichnine, il talentuoso cantante e batterista Enrico Negri ed il nuovo chitarrista Flavio Tomei, al quale tra l’altro si deve la riunificazione della band, creano un prodotto diverso e di cui, sinceramente, si sentiva la mancanza in Italia, ripercorrendo un genere che, non si sa perché, è stato sempre più accantonato da musicisti e fan. Gli esecutori poi sono impeccabili e la loro pluriennale esperienza lo conferma.
Rock 'n' roll head è un disco in cui nessuno strumento o individualità emerge sugli altri, in cui ogni componente della band si mescola perfettamente con gli altri, dando origine ad un interessantissimo prodotto di gruppo, nell’accezione più letterale possibile.
I richiami a grandi gruppi degli anni novanta come kyuss (e di conseguenza anche ai primi lavori dei Queens of the stone age), Dinosaur Jr. e, ovviamente, Nirvana, si sprecano nell’arco di tutti i trenta minuti che compongono il disco, ma non mancano nemmeno omaggi al Rock ‘n’ roll/Punk classico dei Ramones, come la sporca e ossessiva ballata Garage Do it or let me go con cui si apre il cd.
Seguono altre dieci spietate cannonate che meriterebbero un’attenzione particolare ciascuna, come l'acustico intro corale di The Head che si trasforma velocemente in una furiosa cavalcata stoner, nonché nel pezzo migliore di tutto il disco, o le sonorità noise della nirvaniana Sorrysmile e gli stacchi e cambi ritmici di The Hand, altro brano con una potenzialità distruttiva fuori dal comune, senza comunque dimenticare la personale rivisitazione dei Queen nei diciannove, folli, secondi di Dubby little thing called Dub.
Un disco veramente ottimo che non può assolutamente mancare nella collezione degli appassionati del genere, considerando poi che fu registrato ormai 10 anni or sono e che nel frattempo la band ha vissuto anche altre esperienze musicali, non si può far altro che essere decisamente ottimisti riguardo alle prossime produzioni. Il gusto musicale è una cosa innata e questi ragazzi, indubbiamente, ne possiedono a tonnellate.

 

 

Cantine

http://www.cantine.org
"No bass was played on this record", recita orgogliosamente la seconda di copertina per questo pirotecnico album -in uscita il prossimo 26 Marzo- dei Dubby Dub, un quartetto non convenzionale che fa esplodere il suono di tre chitarre graffianti, voci dure ed una parte ritmica interamente sostenuta da una solida ed incisiva batteria.
Undici brani veloci ad iniziare dal singolo "Do it or Let me Go", pezzo carico, rapido, un singolare rock'n'roll di suoni crudi, senza fronzoli e senza abbellimenti, conditi da un bel bridge e un finale classico, per due minuti e mezzo di energia, sintesi e prologo di quanto di buono è in grado di condensare l'album.
Si prosegue con "The Head" in cui esplode la rabbia, senza penalizzare gli arrangiamenti e le varianti; un brano ricco, che sprigiona energia ad ogni ascolto.
"Revolt Party" spicca per ricchezza creativa, ritmo e versatilità; è uno dei brani che più s'insinuano nella testa dell'ascoltatore.
Dopo il cameo di pochi secondi di "Dubby Little Thing Called Dub" e l'acidissima"In-coming Disaster", finalmente un po' di melodia compare in "I'm Ok", ma è solo un interludio, perché si ritorna presto a ritmi più sostenuti con "Won't You save Yourself?" intrigante, sofisticata.
Accattivante "The Hand", a tratti ipnotica, quasi un omaggio incattivito agli Elastica.
Il rischio dell'assetto scelto dai Dubby Dub è quello di ricadere nel banale, nella schitarrata potente e nell'urlo assordante, ma la perizia del quartetto riesce a creare melodie complesse ed articolate, mai banali, non convenzionali, per un ascolto piacevolmente crudo ed arrabbiato.
"Rock'n'Roll Head" è sicuramente un disco dal respiro internazionale e tanto innovativo da apparire quasi retrò, ma godibile fino in fondo; è un lavoro fresco, rabbioso, a tratti punk che incuriosirà gli amanti dello stoner dei Queen of the Stone Age ed il sound vintage dei The Hives: perché anche nella terra degli Estensi si riesce a rivivere il mito della scena punk rock inglese degli anni '70 e dello stoner più attuale.
Da ascoltare e riascoltare!

 

 

Mpnews

http://www.mpnews.it
Assistiamo – oramai da tempo – ad una trasformazione che fa del panorama rock un territorio ondifrago di scambio d’impostazioni: band del mainstream o del sottobosco urbano, sanguinarie, autolesioniste, immolate al dio noise che hanno assaggiato per caso il sentimentalismo e l’amore e ora ne abbracciano le conseguenze diventando “umane orchestrine”; altre che invece – stilando testi e rumori intozzati nelle atrocità del dolore – richiudono timidamente il buco lacerato che avevano aperto nel centro del cuore di fans convertiti al christian rock.  Di questo passo i tunes del buonismo canzonettiero faranno colpo di “stato” e festeggeranno con ostie consacrate al bon ton del rock moralista.
E come un caso, a zittire gli sproloqui che dividono opinioni e nuove fattispecie d’influenze “negative”, dal Ferrarese arriva la risposta sottoforma di un uppercut devastante e di un discorso elettrificato chiaro e limpido: vade retro new rammolliti di glowstick, smile e cristi a noleggio, è la cattiveria il vero amore che assillerà beatamente il vostro umore. Si chiamano Dubby Dub e “Rock’n’Roll Head” è il certificato sonico che non si definisce paladino di chissà che cosa, bastona e basta, con un approccio che appaga splendidamente chiunque faccia scouting di cose santamente malate, di brividi insani, d’ecchimosi violastre, in concreto la sostanza genuina del rock al vetriolo.
La purga distorta che la band inocula è l’effetto sorpresa e il gettare le basi per un terremoto hard-noise, grunge, stoner benedetto da ectoplasmi nirvanici che magniloquentano la forza centripeta delle chitarre “iper pressure”, sature di solennità sickness, strabordanti di magma misto punkyes e colonne di un muro di suono “core” che si piegano – proprio nel senso alcolico – solo nel coro drunken dell’overture che anticipa lo tzunami da pogo invalidante “The head” e nell’ondulazione funky di “I am ok” di stampo Soul Asylum, Live; tutto quello che rimane e satellita di contorno è una festa frenetica e massiccia di muschi e pietre nere QOTSA “Revolt party”, il dolore Cobainiano che lacera “Dubby little thing called dub”, la luminosa claustrofobia dei Porno For Pyros che lampeggia dentro “Wont you save yourself?” o le funambolerie di Mascist e i suoi dinosauri che fanno evoluzioni amperiche nei paraggi di “The hand”.
Tre chitarre, una batteria, l’assenza totale di un basso ed una fortunata ossessione vocale, fanno di questo fulmine ad undici tracce la pasionaria virtù di un passaggio d’elefanti sullo stereo, poco rimane in piedi, pure il sapore di un’iniziale ribollìo di pentimento va a sciogliersi tra le braci carbonifere di questa perfezione agitata. Andrea e Mauro Pulga, Enrico Negri e Flavio Tomei sono canaglie ambiziose, il disco un tormento fustigato, e noi al di qua dei woofer impossibilitati a negare questa esplosione divinatoria di sensi travestiti da watt.

 

 

 

Music-on-tnt

http://www.music-on-tnt.com

Eccoci a parlare dei Dubby Dub e del loro ritorno alle stampe dopo alcuni anni di soffitta. La band, nativa del Ferrarese, esce infatti da quel cassetto in cui è stata archiviata per quasi un lustro, dopo aver visto la luce procreatrice di Mauro e Andrea Pulga, ancora oggi solida base della band. Il quartetto rappresenta, al pari dei sottovalutati Lombroso, una mosca bianca del panorama italiano, in quanto, come si legge sull inlay cartonato, “NO BASS WAS PLAYED ON THIS RECORDS”. La sezione ritmica, tutta sulle spalle di Enrico Negri, offre un’incredibile dose di note ben amalgamate alle tre chitarre, alle quali ultimamente si è aggiunto Flavio Tomei.
Un disco che cromaticamente rimanda al movimento mods, ma che in realtà nasconde un incredibile e massiccia dose di stoner e rock and roll nei suoi 34 minuti folgorati, che lasciano sul finire la voglia di iniziare nuovamente da capo.
Il disco si apre con Do it or let me go un ottimo biglietto d’ingresso, interposto tra grezzo garage e sporco rock d’oltreoceano, tra partiture semplici e brevità compositiva, figlia delle Ramones rules che sembrano ritrovarsi anche nel songwriting semplice, scarno e dal chorus ripetitivo:

if you go tomorrow
i stay here today
if you feel the sorrow
i won't be ok

do it or let me go
do it or let me go
do it or let me go
do it or let me go…


Uno dei punti forti del quartetto sembra essere poi la tonante voce narrante che in The head offre il meglio di sé, per un brano che piacerebbe molto a Lemmy per il suo heavy sound introduttivo e a Kurt Cobain, visto che il richiamo al Nirvana sound è palese e naturale come in Revolt Party prima e in The hand poi. Non mancano sensazioni QOTSA con lo stoner di In-coming disaster e nella sorprendente Think ‘bout your health. A completare questo convincente compendio di rock si adoperano anche sentori surfer tipizzati in Whant you save yourself, in cui il clapping hands e le backing vocals di Mirco Gargioni e Sandro Grassi riescono a esplorare territori differenti come la più posata e pulita I’m ok. Un disco convincente, dal groove piacevole e dalle idee facili, ma sostanzialmente perfette.

 

 

Nerdsattack

http://www.nerdsattack.net
Un progetto ed un disco nato dieci anni fa nel ferrarese e messo da parte qualche anno dopo. I Dubby Dub prendono corpo nel “giro” degli H-Strychnine e Noise, si frammentano successivamente negli Sportclub, prima di rivampare attivamente nel 2010 in formazione a quattro. Undici tracce valvolari, crude e tirate allo spasmo, tra venti post-hardcore, tensioni alternative nirvaniane fino a latenti strascichi stoner e soffiate di garage rock di ultima generazione (nord-europea). Potente, incurante di tempi, mode e bon ton, sguaiato quanto basta per issarsi a disco tra i più saettanti dell’anno, in un panorama nazionale sempre più attento ad annoiarsi con l’ennesimo cantautore finto-impegnato, con l’ennesima riproposizione pop folk dai toni gentili e della minchia. I Dubby Dub sono quelli che ogni buon vicino di casa non vorrebbe avere, sono quelli che ogni padre premuroso terrebbe lontano dai propri figli, sono quelli che in un compresso lasso di minutaggio dimostrano che cosa significhi suonare in maniera prestante. E vaffanculo a tutti.

 

 

Music addiction

http://www.musicaddiction.it
Dall'Italia finalmente una proposta nuova, interessante e non scontata. La ALKA Record Label ci ha già da tempo abituato a proposte di qualità, e questa volta non si è smentita.
I Dubby Dub (che di Dub non hanno nulla) sono un gruppo che propone qualcosa di diverso (non necessariamente nuovo, ma almeno diverso!), con un sound senza basso che riesce a non farci sentire la mancanza di questo strumento. Grazie al lavoro di ricerca strumentale (amplificatori diversi miscelati sapientemente tra loro fino a ottenere la pasta sonora desiderata) il suono è comunque corposo, pieno e potente. E la mancanza di basso viene ribadita orgogliosamente nel booklet: "NO BASS WAS PLAYED ON THIS RECORD"! Il gruppo suona un garage rock con forti influenze stoner, che da un lato strizza l'occhio al vintage e dall'altro resta moderno e attuale. Tre chitarre e una batteria bastano per sparare rock in faccia al pubblico (sono sicuro che dal vivo questi ragazzi fanno veramente faville).
Il gruppo si forma nel 2001 in provincia di Ferrara, per opera di Mauro e Andrea Pulga ed Enrico Negri. Fin dall'inizio decidono di non usare il basso nei pezzi, e usano questo mix di diversi ampli per chitarra e basso per sopperire a questa mancanza. Nel 2005 il gruppo viene messo da parte per impegni con altre band, ma alla fine del 2009 Flavio Tomei convince i ragazzi a tornare in pista, unendosi a loro come terza chitarra. Ed ecco quindi che nel 2010 il gruppo è pronto a fare del sano e vero rock sui palchi italiani, pubblicando questo disco "Rock'n'roll Head" con la ALKA Record Label.
Il disco (11 tracce) è molto energetico e ben fatto, qualche pezzo mi ha fatto veramente entusiasmare, e in generale me lo sono goduto veramente tanto. C'è molto della lezione di gruppi come i Queens Of The Stone Age, e non credo sia nemmeno tanto nascosto, ma c'è anche tanto lavoro per allontanarsi dai propri idoli (cosa che la maggior parte dei gruppi in giro dimentica troppo spesso di fare) per essere, in una parola, ORIGINALI. Certo, non siamo di fronte a un capolavoro, non è il gruppo che cambierà la musica, ma almeno cerca di fare qualcosa di diverso. E in parte ci riesce.
Il disco è bello da ascoltare, divertente e coinvolgente, i pezzi sono tutti molto forti e non ci sono particolari cadute di tono. Le parti vocali nei cori peccano qua e là di tecnica, ma non è la tecnica che cerchiamo quando parliamo di generi come questo.

 

 

The ship magazine

http://www.theshipmagazine.com
Chi di voi ricorda i validi H-strychnine, band ferrarese che sul finire degli anni novanta si fece notare per delle valide uscite discografiche, ricorderà i fratelli Pulga, voce e basso della band appena citata. I due tornano sulla scena con un (quasi) nuovo progetto a nome Dubby Dub e con un disco titolato Rock n roll head.
Disco che sin dalla prima, bollente, ‘Do it or let me go’ fa risuonare in modo nudo e crudo (il gruppo suona avvalendosi di tre chitarre e una batteria senza l'uso del basso) il rock '70s che fu di Stooges, mischiando ottime melodie retro’ frullate dagli equalizzatori e da un groove accattivante che coglie il suo epicentro in ‘The deal’, oppure in ‘Revolt party’.
Ritmiche che passano anche per un certo gusto vintage marchio di fabbrica della band, che tiene sempre alta la velocità ed il beat al suo apice, grazie anche a grandi pezzi quali ‘Sorrysmile’ o alla semi-ballad ‘I’m ok’. Un gradino su tutte esplodono le schegge rockeggianti di una ‘Dubby little thing called dub’ tra ‘The international noise conspiracy’ e un mix di garage-stoner le sfiziose aperture citaristiche di ‘Won’t you save yoursalf?’ stracolma di lunghe divulgazioni psichedeliche, e atmosfere introspettive.
Da brivido la track in chiusura ‘It’s so easy’, che mi ricorda perché mi piacevano gli H-strychnine, per il semplice fatto che quando vogliono sanno essere davvero energici e vitali nella musica come nei contenuti.
Ritorno in stile, ora attesi nella loro bella dimensione live, dove la band ha da sempre colto nel segno e coinvolto tutti i partecipanti attraverso una scarica di adrenalina che, da sempre, è l’elemento chiave del gruppo.

 

 

Rock rebel magazine

http://www.rockrebelmagazine.com
I Dubby Dub sono un progetto musicale che vede la sua origine nell’ormai lontano 2001 dai fratelli Mauro e Andrea Pulga. Un progetto accantonato per diversi anni, giusto il tempo di permettere ai due fratelli di assorbire tanta esperienza con gruppi alternativi in cui si sono immersi a 360°. Soprattutto è da ricordare la loro esperienza importante con gli H-Strychnine, band tipicamente Hardcore, che gli ha fruttato una buona popolarità locale e la pubblicazione di due album. A questo progetto va poi aggiunto il contributo fondamentale di Enrico Negri, noto musicista locale (si sta parlando del ferrarese) nonché cantante dei Noise e batterista dei Charlest One. Nel 2010 il trio decide di rispolverare dall’armadio questo lontano e giovane progetto e, trovato l’accordo con la ALKA Record Label, arrivano alla pubblicazione del loro album di debutto “Rock ‘n Roll Head”. Un titolo che promette fuochi e fiamme e in effetti l’album è qualcosa di incendiario. Innanzi tutto niente basso ma batteria e chitarre. Il risultato che ne scaturisce è un Groove che li proietta verso orizzonti che toccano i The Hives uniti al più classico stoner dei Queen of The Stone Age e, se vogliamo, anche a quel rock a tratti Vintage di band minori come i Flaming Sideburns o i Baby Woodrose. Il risultato è un mixer di energia e potenza. Suoni cupi, sporchi e cattivi che entusiasmano l’ascoltatore fino al midollo. Si parte con la travolgente “Do It o Let me Go”, per passare subito forse al pezzo meglio riuscito del disco, ovvero “The Head” dove è racchiusa tutta l’essenza degli anni 90: con idee sonore che spaziano dall’alternative, fino allo Stoner e alla malinconia del Grunge. Con “Sorrysmile” si torna al più irriverente rock ‘n roll in stile Tokyo Dragon. Ottima anche la seguente “Revolt Party” con un travolgente riff di chitarra e la voce graffiante e arrabbiata di Mauro a dettare le regole; sicuramente può essere un potenziale secondo singolo. Questo energico mix di Stoner e Rock è racchiuso tutto in “Coming Didaster 6” mentre è ottima la semi ballad “I’m OK” che spiazza ed entusiasma per lo stile Grunge da renderlo un brano dalla sicura presa emotiva: ottimi gli arrangiamenti alle sei corde e la cura del testo. Ancora puro Stoner alla Queen Of the Stone Age per le successive “Won’t you say Yourself”, “The Hand” e “Think’ about your Health” anche se quest’ultima dalla potenza presenta tracce di Metal nel Groove con riff di chitarre veramente esplosivi e potenti. Infine ancora tanta rabbia nella conclusiva “It’s so Easy” con Mauro che sputa fuori tutta la sua energia con la voce e le chitarre a dettare un tempo ossessivo ed incalzante.
Pubblicato da Shinseiki e da Alka Record Label, distribuito dalla stessa Alka record, “Rock ‘n roll Head” è disponibile dal 26 Marzo e sancisce un grande e convincente debutto dei rispolverati Dubby Dub che, data la grande esperienza dei ferraresi Mauro e Andrea Pulga e del plurimusicista Enrico Negri, dà grande spessore a questo lavoro che rispolvera delle sonorità di cui si erano perse un po’ le tracce negli ultimi anni e creando un amalgama di stili sicuramente unica nel suo genere. Qua la qualità viene premiata a 360°. Grande debutto, non c’è che dire. Per tutti gli amanti dello Stoner vecchia maniera e del post Grunge per far capire che la musica ha sempre qualcosa di nuovo da insegnare.
Recensione di SimoSuicide

 

 

Noize italia

http://www.noizeitalia.com
Progetto partito nell'ormai lontano 2001, da Mauro e Andrea Pulga, già conosciuti per la militanza negli H-strychnine, i Dubby Dub giungono all'esordio discografico dieci anni dopo con "Rock'n'roll Head". Orgogliosamente senza basso, affidandosi esclusivamente all'impeto chitarristico, la band ferrarese mette immediatamente in mostra un notevole impatto, tra rock'n'roll, stoner e garage sporchissimi ed ampi riferimenti agli anni '70, oltre ad un cantato più che altro urlato.
Tanta potenza ed immediatezza lungo tutta la tracklist, brani trascinanti e travolgenti, con momenti di relativa calma ridotti all'osso ("I'm Ok"), come una corsa a perdifiato dove non ti puoi fermare, tra "Do It Or Let Me Go", "The Head", "Sorrysmile", "The Hand", "Think About Your Health". La domanda che ci si pone è come mai questo progetto sia rimasto nel cassetto per tanti anni, visto il notevole potenziale. 

 

 

Anderground

http://www.andergraund.it
"Rock n'Roll head" è il titolo del nuovo album dei Dubby Dub, rock band ferrarese attiva dal 2001 che torna sulle scene dopo una lunga pausa durata quasi un lustro. Mai titolo per un album fu più azzeccato, perchè descrive in maniera semplice e precisa quello che vi dovete aspettare dal disco: del buon sano rock n'roll. Un cd se vogliamo anche dal gusto un po' retrò, come dimostrato anche dall'artwork dell'album, molto bello e molto azzeccato, che si fa ascoltare molto volentieri. La particolarità dei Dubby Dub è sicuramente l'assenza del basso; tutta la sezione ritmica pesa sulle spalle dell'ottimo Enrico Negri. Metre le tre chitarre di Andrea e Mauro Pulga e di Flavio Tome conferiscono alle 11 tracce che compongono l'album quella caratteristica ruvidezza e quel suono graffiante e tagliente che le rende facilmente riconoscibili. Un sound anche piuttosto sporco, volutamente, che guarda sicuramente al passato, agli anni '70, ma che prende a piene mani anche da esperienze un po' più recenti, in particolare dal grunge, anche per quanto riguarda l'impostazione vocale dei pezzi, che a tratti ricorda molto il modo di cantare di Kurt Cobain. Un buon disco insomma, che sicuramente non delude le aspettative.

 

 

Metal.it

http://www.metal.it
Sebbene i ferraresi Dubby Dub si siano formati circa un decennio fa, la loro attività artistica ha conosciuto lunghe pause dovute agli altri impegni musicali dei protagonisti. Soltanto sul finire del 2009 la band è rientrata sulle scene a pieno ritmo, ed ora pubblica questo album per la Alka Rec.
Notiamo subito la decisione del gruppo di rinunciare al basso, sostituito da alcuni accorgimenti tecnici del trio di chitarristi. L’impatto sonoro non ne risente, ed il disco esibisce quali caratteristiche principali una energica immediatezza unita alla grezza semplicità di fondo.
Una serie di rock-songs sbozzate con l’accetta, che spaziano dall’heavy schietto e sferragliante (“The head, Think ‘bout your health”) alla lineare spigolosità in odor di Queen of the Stone Age (“In-coming disaster, The hand”). Anche la conclusiva “It’s so easy” piacerebbe a Chris Goss e compagnia, mentre “Sorrysmile” evidenzia parentele con i Nirvana ed infatti qua e là compaiono richiami al grunge più sporco e viscerale. Leggermente diverse “Do it or let me go”, che ruota intorno al ritornello ammiccante, e la più calma e riflessiva “I’m ok”.
Malgrado il muro di chitarre, i Dubby Dub non perdono tempo in solismi o cavalcate strumentali. I loro brani sono succinti, essenziali e diretti, semplice garage rock con attitudine vocale punkeggiante e qualche spolverata di stoner/grunge. Un onesto quartetto che ha raggiunto il proprio obiettivo: realizzare un buon disco che garantisca mezz’ora di casino e divertimento.

 

 

Spazio rock

http://www.spaziorock.it
Tre chitarre ed una batteria (oltre alla voce ovviamente). Così si presentano i Dubby Dub, formazione nostrana nata nel ferrarese nell’anno di grazia 2001 dalle menti dei fratelli Mauro e Andrea Pulga (H-strychnine) ed Ernico Negri, noto musicista e voce dei Noise. La decisione di non utilizzare il basso è stata sicuramente coraggiosa ed ardita, un suono più grezzo e spregiudicato è stato scelto in favore del grave suono della chitarra a 4 corde. 
Un incrocio vintage, grunge e stoner ha dato vita a questo “Rock’n’Roll Head”, composto di undici tracce per una durata complessiva di una mezz’oretta circa. Il genere non è proprio nelle mie cordei, lo dico immediatamente e schiettamente, senza timore però lo ascolto e tento di carpirne i segreti e le sfaccettature. La registrazione è molto vintage e vecchio stile, la mancanza del basso è evidente ma non necessaria al genere, il risultato è quindi una composizione aggressiva, votata a riff graffianti di chitarra al pari della voce e ad una sezione ritmica di batteria sostenuta  e precisa. Le prime canzoni sono piacevoli da ascoltare, danno la giusta carica e centrano il bersaglio (sto parlando di “Do It Or Let Me Go” e “Sorrysmile”), seguono poi brani particolari e strani come “Won’t You Save Yourself?” e nessuno spazio per tracce riflessive e calme (d’altronde i 30 minuti sono limitanti).
Sebbene l’album sia breve ed intenso non mi colpisce a fondo, anzi, mi lascia un po’ traballante. Prese singolarmente le canzoni sono, per me, una bellissima variazione nella musica che ascolto abitudinalmente, ascoltate una in fila all’altra non mi regalano tantissime emozioni, anzi. Probabilmente è colpa della mia poca avvezzitudine al genere e della mia chiusura verso questo tipo di musica. Purtroppo si sà, la musica è soggettiva, e quindi di riflesso anche il giudizio finale, che in questo caso non è personalmente così esaltante.
La sufficienza è comunque raggiunta, grazie forse alla brevità del disco) e chissà che in un futuro non possa riascoltare il disco per apprezzare maggiormente gli sforzi e la bontà che i Dubby Dub ci hanno riversato sopra. Se però amate questo tipo di sonorità sono sicuro che troverete in loro nuovo materiale con cui trastullarvi, 30 minuti di casino e macello vecchio stampo. Come si suol dire: grasso che cola.

 

 

Silent scream zine

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Slabbrato e tagliente, rugginoso ed elettrificato, un disco come “Rock’n’Roll Head” si presenta alle nostre orecchie scarno crudo e senza maschera. I ferraresi Dubby Dub non paiono curarsi molto dell'aspetto estetico né dei dettagli più raffinati, ma ci sbattono in faccia un rock acido oscillante tra il noise, il post core, il grunge e persino lo stoner. Da ognuno di questi stili la band italiana prende l'aspetto più ruvido ed autentico, tanto che non sarebbe sbagliato scorgere qualcosa dei primissimi Nirvana o pesanti influenze degli Helmet più scanditi, citati sia per le sgorbie trame sonore che per l'asprezza vocale del cantato. Sempre in bilico tra puro sfogo ed autentico dolore, tra sarcasmo e sofferenza, “Rock’n’Roll Head” ha l'indubbio pregio di riportare in auge delle sonorità ultimamente cadute nel dimenticatoio e riesce persino stranamente a brillare di luce propria. Anche solo per questo merita la vostra attenzione.

 

 

Stereoinvaders

http://www.stereoinvaders.com
A volte i convenevoli non servono. Frasi smielate, tecnicismi avanguardistici o presunti tali, poetesse e poeti della chitarra che troppo spesso si compiacciono. Non serve autocelebrarsi in arzigogoli, che molte volte nascondono solo debolezze. I Dubby Dub sono un concentrato di tutto ciò che di più immediato e diretto ci possa essere. Tre chitarre molto ruvide, una batteria pestata con rabbia ed una sigaretta fumante. Parliamo la lingua dello Stoner e del Grunge, una commistione di sofferenza e manierismo che non poteva che trovare in questi ragazzi e note, tutta la propria essenza. Full-lenght essenziale, che non pretende di inventare nulla, e che nella genuinità e durezza trova la propria più intima forza. I brani così scorrono via, somigliandosi piuttosto l’uno con l’altro, e senza sconvolgere il filone. Se non amate i fronzoli, e cercate del Rock acido e pulsante, non potrete lasciarvi sfuggire i Dubby Dub, vera e propria testa dura contro cui cozzare non potrà che farvi piacevolmente male.

 

 

Eraksor

http://www.eraskor.com
I ferraresi Dubby Dub sono una vera goduria per i veterani come me, band formatasi nel 2001 dalla mente dei due fratelli Mauro e Andrea Pulga, che decidono di rinviare il progetto per dare priorità ad altre band. Il momento del ritorno avviene nel 2009 e solo un anno dopo sfornanoRock ‘n’ roll Head per Alka Records.
Il loro sound è intriso di rock acido, stoner, punk e grunge suonato con tre chitarre, batteria e privi di basso, risultato: un sound vintage, sporco e contorsionistico.
Undici tracce dove alcuni passaggi vi ricorderanno band come Queen, Blur, Nirvana e The Queen Of The Stone Age. Un lavoro “semplice” che cattura l’attenzione sin dal primo ascolto, scivolando in un passato mai dimenticato.

 

 

Undergroundzine

http://undergroundzinewebzine.weebly.com
Attivo da ben 10 anni, tra pause, cambi di formazione e vicissitudini varie, il sound dei Ferraresi 'Dubby Dub Music' torna oggi a gridare le sue voglie con un album che è un omaggio al Rock più grezzo e graffiante, di derivazione Indie e PostGrunge. Le influenze che si percepiscono vanno ad attingere dalla tradizione del miglior Rock chitarristico (rumorista e non), con strizzate d'occhio ai vari maestri del genere: Sonic Youth e Nirvana tanto per citare i più blasonati, ma anche qualche eco di Iggy and the Stooges ('In-coming disaster') e a mio avviso anche Rival Schools ('I'm Ok'). L'impressione che si ha ascoltando le tracce è quella di assaporare un revival ben definito, con suoni e metodi in linea con una tipologia di suono già conosciuta e qui riproposta in maniera fedele (forse anche troppo) e ineccepibile. La voce lamentosa del cantante, a tratti riconducibile ai Black Flag (periodo Keith Morris) il sound sporco e noisy delle chitarre e la presenza essenziale della componente ritmica, donano comunque un forte apporto a tutto il disco, che sia sul piano tecnico (produzione, suoni, arrangiamento) che su quello artistico potrà essere apprezzato senza problemi da varie fasce di ascoltatori, anche non necessariamente Indie oriented...

 


Rock Action

http://www.rockaction.it
Dubby Dub sono una band che ha mosso i primi passi nel 2001, nata grazie alla passione e all'intraprendenza dei fratelli Pulga. Oggi, dopo un periodo passato a metter su altri progetti, sono un quartetto che si esprime senza l'ausilio di un bassista, riuscendo comunque ad amalgamare un suono importante fatto di chitarre rugginose (tre in line-up), potenze espressiva e taglio stilistico prossimo al grunge più genuino. Potenza dunque, in certi momenti dirompente, che carratterizza le undici tracce del loro "Rock 'n Roll Head", cantate in inglese e pronte nel far scattare dalla sedia l'ascoltatore di turno. Come in "The Head", pezzo che richiama in mente le sonorità più deflagranti degli anni Novanta, in questo lavoro messe a reagire con le peculiarità strumentali dei ragazzi ferraresi. È in "Sorrysmile" che la band si esprime al meglio delle proprie possibilità, liberando in due minuti e mezzo tutta la forza di cui sono capaci, ben tradotta dalla voce sofferente di Andrea Pulga, vicino nell'impostazione e ai deliri ripetitivi che furono di Kurt Cobain. Disco interessante e coinvolgente, anche se manca – nello specifico - sotto il profilo dell'originalità espressiva. 

 

 

Entrate Parallele

http://www.entrateparallele.it
I Dubby Dub sono un’ensemble molto conosciuta nella provincia di Ferrara, zona dove sono attivi da circa dieci anni. Promotori del progetto sono i fratelli Andrea e Mauro Pulga, i quali si avvalgono nel corso degli anni di validi collaboratori, tutti quotati musicisti dell’area ferrarese.
La particolarità che balza subito agli occhi (pardon, alle orecchie) una volta iniziati gli ascolti di “Rock’N’Roll Head” è la mancanza assoluta di parti di basso, alla quale i Nostri rimediano utilizzando vecchi amplificatori chitarra-basso collegati tra loro! Ciò che esce dalle casse è un sapiente cocktail di tutti gli stili incontrati da ciascun componente del gruppo durante il proprio percorso musicale: “Rock’N’Roll Head” è un album che ci regala l’occasione di poter apprezzare una band decisamente valida, capace di suonare duro e potente, giusto a metà strada tra lo stoner dei Queen Of The Stone Age e sonorità più ruvide alla Dinosaur Jr. e Sonic Youth (l’ultima traccia, “It’s So Easy”, ne è un ottimo esempio).
I fili conduttori che uniscono gli undici pezzi di “Rock’N’Roll Head” sono senza dubbio l’energia, la potenza ed un approccio viscerale alla musica, oltre ad un’attitudine decisamente rock che marchia indelebilmente tutte le canzoni. Ottimo il giudizio finale, il consiglio è di sparare “Rock’N’Roll Head” a tutto volume sul vostro impianto hi-fi casalingo... Vicini permettendo!!

 

 

Sodapop

http://www.sodapop.it
Testosteronica boy band ferrarese meno muscolare e più dialettica di quanto non sembri ad un primo ascolto. La fa da padrone una percussione compulsiva stile Vinnie Signorelli e una chitarra circolare come una gara di motoscafi. Lo ammetto, ero pronto a stroncarli solo perché mi son svegliato di cattivo umore, ma invece, non riesco a trattenere una malcelata simpatia per questi ragazzoni cresciuti a piadine di catrame sotto la statua del Savonarola. La voce, tra l'altro, quando prende coraggio, si allontana dalla formazione a squadriglia degli strumenti e si veicola verso stridori iperfiltrati tanto cari a chi, come me, va ancora al mare ascoltando biascicare David Yownell'ipod. Sempre in tema, talvolta gli strumenti si compattano rocciosamente sotto un muezzin così simile a quello di Gibby Haynes da rasentarne il plagio. Purtroppo, con il procedere dei pezzi si intravede un impaludamento creativo che preferisce attingere alla facile psichedelia grunge piuttosto che improvvisare ancora in territori accidentati. Peccato. Però sono simpatici e svegli. Il bello del rock è che quando c’è qualcuno intelligente che suona te ne accorgi subito.

 

 

Lost high ways

http://www.losthighways.it
Do It Or Let Me Go è il prologo del nuovo lavoro dei Dubby Dub, band ferrarese attiva già dal 2001 e che ora torna a far parlar di sé dopo un lungo periodo di silenzio. Ci troviamo subito risucchiati in ritmi che non concedono respiro, scanditi con precisione dalla batteria di Enrico Negri (voce dei Noise), sporcati dal suono ruvido delle tre chitarre (Andrea Pulga, Mauro Pulga e Flavio Tomei) e tagliati dalla voce corrosiva di Andrea Pulga. Difficile non pensare subito ai Nirvana soprattutto nella ripetizione paranoica dei versi (“Do it or let me go”) e nella voce a perdersi in delirio. La scelta dei Dubby Dub è precisa: non utilizzare il basso a favore di vecchi amplificatori che producano il sound desiderato (“No bass was played on this record” si legge nel booklet). Di qui l’atmosfera retro di tutto l’album che ricorda il migliore grunge. Con il coro che introduce The Head (“we saw the end”) sembra per un attimo di camminare in punta di piedi, ma poi tutto di nuovo esplode in melodie urlate che si avvolgono in circoli ipnotici (anche in Sorrysmile). Quasi un sipario che apre sulla seconda parte del disco è Dubby Little Thing Called Dub della durata di venti secondi. Si riparte con l’incessante battito di In-Coming Disaster, la più introspettiva e morbida I’m Ok (“I close my eyes and watch myself, I close my eyes and touch myself”) e le più arrabbiate The HandThink ‘Bout Your Healt It’s So Easy che chiudono il disco in maniera fragorosa.
Un buon lavoro per i Dubby Dubb. Minuti da concedersi, senza pause.

 

 

Beautiful Freaks

www.beautifulfreakes.org
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Gufetto

http://www.gufetto.it
Pubblicato con ALKA record label Il loro album si chiama ROCK’N’ROLL HEAD e loro sono i DUBBY DUB. Un album nato dalla collaborazione di quattro ragazzi movimentati e aggressivi, ambiziosi e soprattutto innovativi. La loro storia ha origine nel 2001 nella provincia Ferrarese, all’epoca Mauro e Andrea Pulga, erano voce e basso degli H-STRYCHNINE, band conosciuta nella scena hard-core italiana, danno forma col tempo, grazie anche all’incontro con Enrico Negri e Flavio Tomei, ai DUBBY DUB. ROCK’N’ROLL HEAD è un album aggressivo, accattivante, che si infila con prepotenza nella scena ‘’ROCK’’ Italiana. Si presenta con una copertina raffigurante un bambino intento ad accendersi una “sigaretta’’ , composto da undici tracce tumultuose , anche se di breve durata, ma abbastanza per sollevarvi da terra e scuotervi per poco più di mezz’ora. Questo è un album a mio parere innovativo e azzardato. Questo non vuol essere da parte mia una sorta di affermazione negativa, bensì positiva. Abbiamo bisogno di novità, soprattutto nel mondo che gira intorno alla musica Rock italiana. Vi state chiedendo perché azzardata? Bene... Fin da subito i Dubby Dub decidono di posare e di non utilizzare più il basso nelle loro canzoni. Ne esce fuori una novità. Riescono senz’altro ad esprimere al meglio la loro grinta e il loro stile. Voce, tre chitarre, una batteria e l’assenza toltale di un basso fa di quest’album un terremoto inaspettato, grintoso e innovativo. Ne esce fuori un sound che esprime al meglio lo spirito dei Dubby Dub.

 

 

Loud vision

http://www.loudvision.it
Dev'essere quella la frase che il basso elettrico si sentì dire quando i fratelli Pulga insieme ad Enrico Negri decisero di non utilizzarlo nella composizione dei pezzi. Al suo posto meglio tre chitarre attaccate sia ai vecchi appositi amplificatori sia a quelli da basso. Contemporaneamente.
Una volta trovato il giusto sound, voilà i Dubby Dub.
"Rock'n'roll Head" è il secondo album della band ferrarese, un vero e proprio omaggio al rock vintage tanto caro alle menti di The Hives, ma con una punta stoner rubata ai Queens Of The Stone Age e un pizzico di grunge alla Dinosaur Jr. 
Undici canzoni sprizzanti di energia e dai testi rigorosamente inglesi, giusto per far capire che in quest'epoca è fondamentale essere internazionali.

 

 

Jam yourself

http://www.jamyourself.com
Chitarra (anzi, chitarre) sporche, voce graffiante e pestoni di batteria: ecco iDubby Dub, ecco "Rock'n'Roll Head".
Pensate ai Mudhoney, pensate ai Nirvana, pensate ai Queen Of The Stone Age. Anzi, non pensateci affatto perchè paragoni del genere sono spesso fuorvianti e quasi sempre inutili. Pensate semplicemente che per fare un certo tipo di musica è sufficiente avere in sè una carica di energia grezza e bestiale e che se c'è questa energia tutto il resto diventa semplice aggiunta e fronzoli di contorno. Una piccola dimostrazione? In "Rock'n'Roll Head" non esiste il basso. Nessuno dei Dubby Dub suona il basso. Questa mancanza è un difetto? Questa mancanza è effettivamente una mancanza? No.
"Rock'n'Roll Head" è rumore, ritmo, teste che sbattono e chitarre che si intrecciano. L'unico momento di noia è "I'm Ok" guarda caso l'unica canzone che spezzi il ritmo del disco; il resto dell'album scorre via rapido, potente e divertente, dall'infinito ritornello di "Do It Or Let Me Go" alla ragnatela di chitarre di "Revolt Party", dal riff di "Sorrysmile" all'irresistibile battito di mani di "Won't You Save Yourself?".
Dubby Dub sono ben consci di non inventare nulla di nuovo, ma suonano divertendosi e facendoci divertire. "Rock'n'Roll Head" è uno di quei dischi da ascoltare tutto d'un fiato, magari mentre si pedala di gran lena in bicicletta. Bel Lavoro!

 

 

iThink Magazine

http://www.ithinkmagazine.it
Ed ecco riaffacciarsi alla scena musicale i Dubby Dub, band ferrarese nata nel 2001, ma che, dopo un periodo di pausa, è giunta solo dopo diversi anni alla fatidica uscita del primo disco: Rock’n Roll Head, un lavoro che flirta abbondantemente con il garage rock e lo stoner ma in grado di creare un sound personale ed innovativo. 
La band, dall’organico insolito, è composta da tre chitarre e una batteria, con la singolare assenza del basso, che però non fa sentire la sua mancanza, grazie soprattutto ad un accuratissimo lavoro di arrangiamenti strutturati in maniera quasi impeccabile dalle chitarre, davvero incisive, che hanno saputo efficacemente costruire una musica comunque corposa, massiccia e ricca di sfumature.
Il disco, composto da undici tracce, si fa apprezzare soprattutto per la ritmica travolgente, che coinvolge già dalla prima traccia e non ti fa riprendere fiato fino all’ultima. 
Le influenze si possono rintracciare tanto in un gusto vintage che ricorda quello di gruppi come The Hives o The International Noise Cospiracy, quanto nella potente carica stoner di gruppi come Queen Of The Stone Age, il tutto mescolato fino a dar vita ad una formula che riesce a distaccarsi da ogni citazione troppo evidente, cosa che fa molto onore alla band, dato che spesso, soprattutto con il disco d’esordio, non è facile distaccarsi dal sound dei gruppi cui ci si ispira.
Anzi, è molto evidente la continua ricerca sonora del gruppo, per cercare il più possibile di proporre qualcosa di originale senza rinunciare ad omaggiare il proprio background. 
Tutti i brani risultano, inoltre, così orecchiabili da far venire voglia di cantarli insieme alla band, soprattutto grazie ai ritornelli che restano impressi nella mente. 
Dunque, per concludere, ci saranno voluti alcuni anni per dar vita al primo disco, ma i Dubby Dub sono certamente una band che ha intrapreso la strada giusta e noi gli auguriamo tutto il meglio, per riuscire a farsi notare da tutti gli estimatori di questo genere.

 

 

 

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